Triplo trionfo in bici

Mario Silvestri ci racconta in prima persona l’ascesa al Mont Ventoux e la conquista del titolo.

Mi chiamo Mario Silvestri e sono il direttore di un centro di chinesiologia e allenamento individuale a Venafro in provincia di Isernia. Con questa mia professione e la mia passione per lo sport sono alla costante ricerca di sfide che mi stimolino a fare sempre meglio. E una di queste sfide è battere i record, i Guinness World record legati al mondo della palestra. Ne detengo 3: il maggior numero di burpee in un minuto, il maggior numero di jumping jack in 30 secondi e in 60 secondi.
Quest’anno, per festeggiare i due anni di imbattibilità del primo record dei burpee, ho deciso di regalarmi un sogno. Ho deciso di regalarmi il famigerato Cinglés du Mont-Ventoux aggiungendo però a ognuna delle tre ascese 100 burpee una volta arrivato in cima.

Dopo aver stabilito il record dei burpee e altri due Guinness record (jumping jack in 30 secondi e in 60 secondi) il 3 marzo, la sfida sul Ventoux era proprio quella di passare da uno sforzo anaerobico a uno aerobico da 6 e più ore.
Il 31 maggio il sogno e diventato realtà.

“Ci avevano informato che il tempo in quei giorni nella zona del Ventoux non era dei migliori, ma non pensavamo fosse così terribile. Si legge tanto e si dice tanto sul Ventoux e a volte credi che sia solo un modo per creare suspence e un alone di mistero intorno a questa celebre montagna. E invece è tutto vero.

Il 30 maggio arrivo a Bédoin e decido di salire per un’ispezione in auto dal primo versante. La foresta di Bédoin è spettrale, si inerpica e non demorde. La nebbia comincia a farla da padrona rendendo tutto più inquietante. A Chalet Reynard cambia tutto: vento, tanto vento, nebbia e visibilità pari a zero. Alle nove di sera lassù non c’è anima viva e non nego di aver avuto davvero paura e difficoltà anche a scendere in macchina.

Da programma dobbiamo partire alle 3 di notte per vedere l’alba sul Ventoux e invece un temporale alle 2 e mezza fa slittare tutto fino alle 5. Finalmente si parte. Bédoin. Si entra in foresta. Obiettivo: gestirsi per portare a casa le tre ascese e completare i 100 burpee in cima. La pendenza si sente ma il silenzio, la nebbia, il freddo rendono tutto magico e allo stesso tempo spettrale.
Si esce dalla foresta dopo che le gambe in parte hanno già cantato un po’ e da lì la musica cambia. Il tempo non era migliorato, anzi. 8 gradi, 7 gradi poi 5, pioggia mista a neve e vento. Quel vento del quale non dimenticherò più il suono tra le pietre. Visibilità pari a zero e salita che non demorde. L’ultimo tornante mi stende. Per via del vento non riesco neanche a girare. Arrivo su e salgo in macchina. Con il team decidiamo di abbandonare l’idea dei burpee: significherebbe rimanere a quelle temperature ed esposti a quei venti per altri 10 minuti.
Scendiamo verso Malaucène e contattiamo il servizio meteo del Vaucluse per avere informazioni. Notizie non buone almeno fino alle 15. Ma ci riproviamo. Malaucène sembra più dolce, ma non va sottovalutata. Nella prima parte sale e scende con irregolarità con tratti anche duri ma nel finale, prima degli ultimi 2 km, presenta il conto. Di nuovo freddo, vento e pioggia mista a neve. A fatica arrivo in vetta è mi preparo alla terza ascesa. Burpee neanche a pensarci in quelle condizioni.
Sault. Ore 13 e 30. Riparto con il tempo in netto miglioramento e questo mi permette di scaricare un po’ di tensione e paura accumulata fino ad allora per il rischio di non portare a termine la mia piccola impresa. Si sale tra campi di lavanda e ciliegi. È tutto magico fino a Chalet Reynard, dove ricomincia l’agonia. Il tempo migliora ma la vetta gioca a nascondino. A 2 km mi fermo alla stele di Tom Simpson per lasciare la borraccia e solo allora la mitica antenna si scopre e lascia spazio e a un pallido sole. Finita la terza ascesa sembra un altro pianeta. Zero vento e freddo. Si sta quasi bene.
Il gigante mi ha fatto capire chi comanda e che se non hai umiltà lassù la trovi. Volevo andare per il Cinglés e per fare i burpee sulla vetta. Per tutte le 6 ore mi ha messo alla prova dicendo: ‘cos’è che volevi fare qui? Qui si entra in punta di piedi’. Ma alla fine il Cinglés è mio.”

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