The Rock, muscoli da supereroe a 50 anni

Dwayne Johnson ha da poco varcato la soglia dei 50 anni e ci racconta come ha fatto e soprattutto perché dovremmo sforzarci tutti di essere più fedeli a noi stessi. Anche se questo significa ogni tanto fare i cattivi ragazzi

The Rock sta finendo di scrivere un messaggio quando compare sul mio schermo: «Sarò lì tra 20 minuti», dice tra sé e sé prima di premere invio e alzare lo sguardo verso di me.

The Rock, o per usare il suo nome, Dwayne Johnson, si trova nell’ufficio di casa sua, uno spazio luminoso e invitante in cui la luce del sole pomeridiano si riversa attraverso le portefinestre. Accanto a Johnson c’è una replica a grandezza naturale di quello che sembra un teschio di T-REX, un fermacarte da ufficio ostinatamente virile, ma degno di un uomo che si fa chiamare The Rock. Alle sue spalle, su uno scaffale, ci sono le bottiglie di Teremana, la sua tequila.

Johnson indossa una maglietta nera aderente Project Rock, con i tatuaggi dei suoi ciclopici bicipiti che fanno capolino dalle maniche. Indossa anche pantaloncini rossi e di tanto in tanto porta la mano al ginocchio. Non c’è bisogno di ribadirlo, ma è in fantastica forma. È la terza volta che intervisto Johnson, anche se questa è la prima volta che ci vediamo. Gli dico che è bello dare un volto al suo nome. Ride cortese alla mia battuta. «Anche per me. Mi sono sempre chiesto che diavolo di aspetto avesse Ben». Spero non sia deluso.

THE ROCK, MUSCOLI DA SUPEREROE PER BLACK ADAM

Johnson è qui per parlare del suo film, Black Adam, un progetto frutto della sua passione a cui è legato da 15 anni. Un notevole valore aggiunto alla carriera di Johnson per diversi motivi. In primo luogo, come molti hanno ipotizzato anche per Tom Cruise, Johnson è una star troppo ingombrante per l’universo dei fumetti? La sua forte personalità e il suo carisma saranno in qualche modo neutralizzati dalla calza-maglia? Sarà il tempo a dirlo.

In secondo luogo, il film ha richiesto all’attore più simpatico e probabilmente più popolare della sua generazione di interpretare un antieroe. Infine, gli è stato richiesto di raggiungere la migliore forma fisica della sua vita e di mantenerla. E questo aspetto, anche per uno come Johnson che da sempre lavora sodo in palestra, è stata una sfida. «Questo era il nostro obiettivo, arrivare con la migliore condizione fisica possibile», afferma Johnson. «Quindi, la sfida non è stata solo alzare l’asticella... Ma poi ti rendi conto che devi mantenerla per mesi. Come sai, stare al top è possibile, ma di solito per un periodo molto limitato. Se sei un atleta olimpico, se sei un fighter che calibra il peso per un combattimento, se sei un bodybuilder che si esibisce sul palco, lo fai per un breve lasso di tempo, di solito un giorno o due, forse una settimana. Io ho dovuto mantenere quella condizione fisica per mesi!».

Johnson si è posto un’ulteriore sfida (non c’era da aspettarsi niente di diverso): ha rinunciato alle imbottiture che gli attori di solito indossa-no per riempire i costumi dei supereroi. È come Christopher Reeve nel Superman originale con l’aggiunta di protesi grandi come l’Everest che esplodono dalla scollatura. «Avremmo potuto dire: “fanculo, indossa le imbottiture nella tuta. Non preoccuparti”, come fanno tutti», continua Johnson.

«E non sarebbe stata una critica indiretta ai miei amici, ma sentivo che dovevamo fare qualcosa di completamente diverso, cambiare l’approccio. Via tutti i cuscinetti e ciò che resta sotto quella tuta è la mia pelle. Ogni dettaglio viene messo in evidenza. È come se mi togliessi semplicemente la maglietta. Amico, è stato un lavoro costante, continuo... ritocchi e ritocchi per mesi». Johnson è orgoglioso della propria tenacia pressoché ineguagliabile: se lui e Cruise dovessero mai condividere lo schermo, la celluloide potrebbe prendere fuoco. Ma è questa etica che gli permette di essere al top del suo ruolo - e in cima all’Olimpo di Hollywood - da oltre due decenni. E, mentre supera i 50 anni, Johnson non molla. Se non altro, dice, questo è il momento in cui, da uomo, devi raddoppiare il duro lavoro. Forse è così che Johnson deve agire per ottenere risulta-ti. È così che si diventa una forza della natura.

L'INTERVISTA A DWAYNE JOHNSON

Intervista di Ben Jhoty, foto di Flannery Underwood

MH: Dove sei? Sei a casa?

DJ: Sì. Sono in quella porzione di paradiso che è il mio ufficio.

MH: Molto bene. Cosa hai fatto oggi?

DJ: Mi sono svegliato insieme alle bambine. Indipendentemen-te dall’ora in cui vanno a dormire, si alzano alle 6. Ci saltano addosso e io sono andato a letto probabilmente verso l’una, l’una e trenta, come faccio normalmente. Quindi, sono stato con le bambine, ho lavorato qui. Sono uscito per andare ad allenarmi, ma poi mi sono reso conto che avevo ancora alcune faccende da sbrigare, sono tornato e ho finito il mio lavoro. Andrò ad allenarmi tra circa un’ora e mezza o due.

MH: Bene. Quindi, parliamo di Black Adam. Si tratta di un personaggio iconico dei fumetti e sei legato al progetto da molto tempo. Cosa ti ha entusiasmato del ruolo?

DJ: Interpretare un personaggio dei fumetti che non si era mai stato visto prima. Nessun attore prima di me aveva incarnato Black Adam, portandolo in vita. È stata un’opportunità entusiasmante per fare qualcosa che non era mai stato fatto, ma anche, cosa più importante, è stata l’occasione di interpretare e rivoluzionare il genere dei supereroi. Black Adam può essere un supereroe, un antieroe o solo un tipo cattivo a seconda di come interpreti le sue filosofie. È stato elettrizzante. E ho avuto in testa questo progetto per molto tempo, nasce da una vera passione. So che può suonare come un cliché, ma in questo caso sono passati quasi 15 anni da quando abbiamo iniziato a parlare di fare il film. Quindi è stato uno dei progetti che ho seguito per passione, unita all’opportunità di offrire qualcosa di davvero interessante, penso. Molte persone non conoscono Black Adam. Se non sei un fan sfegatato della DC allora non hai familiarità con Superman, Batman, Wonder Woman, Flash, Aquaman, Lex Luthor, e ora Suicide Squad. E quello che mi piace dire alla gente è che, in termini di superpoteri, Black Adam è allo stesso livello di Superman. La differenza è che Superman ha un codice etico a cui si attiene, motivo per cui è il più grande supereroe di tutti i tempi. Superman non ucciderebbe mai nessuno. Con Black Adam, invece, se intendi fare del male a lui o alla sua famiglia, non avrai neanche il tempo di finire una frase che lui ti avrà già ucciso.

MH: Un antieroe allora. Hai avuto qualche conflitto interiore nel recitare in contrasto alla percezione che il tuo pubblico ha di te o ti è piaciuto?

DJ: Beh, il mondo sa che ho un cuore nero come la mia maglietta e che sono un essere umano dal cuore di ghiaccio. Il pubblico che va al cinema e guarda Black Adam potrebbe non essere d’accordo con la sua visione del mondo, ma alla fine se ne farà una ragione. E adoro l’opportunità di dare vita a questo personaggio. Uno dei motivi per cui mi sono identificato così profondamente con Black Adam... Sì, vive in una zona grigia, ma la sua filosofia è in bianco e nero. Se fai del male alla mia famiglia, a quelli che amo, al mio Paese o alla mia gente, pagherai. E non ci sono domande e non c’è dialogo. Non ti assicuro alla giustizia. Non ti catturo. Muori. Ciò che è stato anche molto interessante per me, e penso che piacerà a molte persone, è che non puoi contenerlo. Non puoi dire: «Devi essere così. Non puoi farlo. Devi fare questo o quello». Mi sentivo come se l’avessi sperimentato durante tutta la mia carriera, come quando sono arrivato per la prima volta a Hollywood, per esempio. Vent’anni fa, «Non puoi chiamarti The Rock ... Non puoi parlare di wrestling professionistico. Non puoi essere così grosso. Non puoi allenarti tanto. Cambia la tua dieta. Perdi peso se vuoi essere come Will Smith, Johnny Depp, George Clooney» - che erano le più grandi star di allora - «È così che devi essere». Ci ho provato per alcuni anni e poi alla fine ho detto: «Fanculo. Non posso essere così. Non sono come gli altri. Non potrei mai essere come loro. Devo essere me stesso. Non sono in gabbia. Non puoi dirmi come devo essere. Sarò me stesso». La stessa cosa avviene con Black Adam. Quindi questo è stato uno dei tanti motivi per cui mi sono sentito in connessione con lui.

MH: Sì, agli inizi, nel wrestling, eri un cattivo e poi sei diventato il ragazzo più popolare. È lo stesso genere di cose per cui essere se stessi è ciò appassiona i fan?

DJ: Sì. Quando sono arrivato per la prima volta in WWE, sono stato definito babyface - che nella terminologia del wrestling significa un bravo ragazzo. E in quel momento Vince McMahon mi disse: «Voglio che tu sia felice e sorridente e che tu sia grato di essere qui, ed è così che ti voglio anche quando andrai via». Ero appena arrivato dal mondo del football universitario e, negli Stati Uniti, la squadra dell’Università di Miami era importante. Siamo stati dirompenti. Siamo rimasti imbattuti per dieci anni nelle gare in casa. Eravamo campioni nazionali e non solo avremmo preso tutti a calci in culo, ma glielo avremmo anche raccontato dopo. Adoravamo comportar-ci così. Eravamo solo sbruffoni. Non ero così [babyface], anche se, ovviamente, sorrido e sono affabile, ma quando è il momento di fare affari e fare sul serio, non c’è sorriso che tenga. È stata una transizione difficile per me. Ora, ovviamente, il mondo del wrestling è diverso da quello delle MMA. Sappiamo dove si va a parare, ma con me sarai sempre sulle montagne russe. Non c’è niente da ridere. Quindi, mi sono adeguato e ho iniziato a sorridere sempre, felice di essere lì. I fan hanno iniziato a sentire nelle viscere quello che stavo sentendo nelle mie, e cioè: «Questa merda non sono io, e questo non è reale». Così, dopo un paio di mesi nel mondo del wrestling, mi sono sentito dire: «Amico, ti ho visto all’Università di Miami. Non mi sembri il tipo». E il pubblico iniziò a fischiarmi ogni notte mentre ero sul ring. Ora, questo è un problema nel wrestling? No. I fan fischiano sempre tutti. Il problema era che mi aveva spinto a diventare l’ennesima grande star con la faccia da bravo ragazzo, quindi la mia uscita sarebbe stata una cosa così: «Da Miami, Florida, Rocky Maivia». «Boo», e io a sorridere. «Ehi, ehi, sì, grazie», e la cosa si è spinta oltre, al punto che i fan erano furiosi perché non ero me stesso. Ed è iniziato il vetriolo: «Vai a farti fottere, fottiti». E mi uccideva non poter dire: «Fottermi? Supera quella transenna. Vieni avanti. Dimostrami quanto sei forte». Non potevo farlo. Quindi, alla fine, mi hanno nominato Campione Intercontinentale. Non ha funzionato. Continuavano a fischiarmi. Mi hanno tolto la cintura. Mi sono infortunato: mi sono strappato il legamento crociato posteriore. Sono dovuto andare a casa. Era l’estate del 1997. All’epoca, l’Ulti-mate Fighting Championship (UFC) non era così conosciuta, ma un gruppo chiamato Pride era molto popolare in Giappone. Conoscevo quei fighter e mi dicevo: «Lo faccio? Potrei fare di più e almeno potrei essere me stesso». Poi ricevo una chiamata da Vince McMahon, che mi dice: «Ascolta. Quando tornerai ad agosto, - (eravamo a maggio) - voglio che ti unisca a un gruppo chiamato Nation of Domination. È un gruppo di heel (personaggi malvagi). Un gruppo di militanti neri. E tu sarai un heel.» Dissi a Vince McMahon: «Va bene. Ho solo una richiesta da farti». Lui dice: «Cosa?» «Quando torno, ho bisogno di parlare due minuti al microfono per poter spiegare le mie ragioni alla gente. E voglio spiegare che sono nella Nation of Domination, anche se sono metà nero e metà samoano, un orgoglioso uomo di colore. Se faccio parte della Nation non è una questione per bianchi; non è una questione per neri. Si tratta di una questione di rispetto». Lui mi risponde: «Va bene». Sono andato là fuori. E ho detto quel che ho detto alla gente: «Non è una questione di bianchi o neri. È un problema mio. È una questione di rispetto». E, da quel momento in poi, sono stato me stesso. Ho reagito come volevo reagire. Nel giro di un mese, sono diventato il cattivo più figo della compagnia. Sono arrivato a un punto in cui, in un certo senso, ero così cattivo, che i fan dicevano: «Questo è il mio ragazzo. È reale. È autentico. Mi ha appena detto: “Va’ a farti fottere”, e io lo amo». È una lunga storia da raccontare ed è la stessa cosa con Black Adam: è se stesso fino in fondo.

Non puoi mettermi in gabbia. Non puoi dirmi come devo essere. Sarò me stesso

MH: Dwayne, parliamo del tuo aspetto. Eri già in ottima forma. Ma quanto hai dovuto alzare la posta per interpretare un eroe dei fumetti e indossare il costume di Black Adam?

DJ: Lo abbiamo fatto. Il mio obiettivo era raggiungere la migliore forma fisica della mia carriera, e questo include gli anni come giocatore di football, gli anni come wrestler professionista e gli anni come attore. E ho lavorato a stretto contatto con un allenatore per più di dieci anni. Si chiama Dave Rienzi. Quello era il nostro obiettivo. La vera sfida è stata coordinare la dieta, il lavoro, il bilanciamento cardio, l’allenamento e poi le 12 ore sul set. È stato tutto molto impegnativo. E poi cercare di trovare il momento giusto per riposarsi e riprendersi. Ma la vera sfida era mantenere lo stato di forma per mesi e mesi. Devi approcciarti a questa strategia con cura e prestando attenzione ai dettagli perché la grinta non basta e il tuo corpo non può sostenere quei ritmi a lungo e cederà, che tu abbia venti, trenta, quaranta, cinquanta o sessanta anni. Non importa. Quindi, abbiamo dovuto affrontarlo davvero con una cura e disciplina ferrea, e lui [Dave] era lì durante le riprese e controllava costantemente il mio corpo, vedendo come sta-va andando. Come va il mio apporto di sodio? Come sono i carboidrati? Com’è questo? Com’è quello? C’è stato tanto da tenere sotto controllo.

MH: Hai compiuto 50 anni all’inizio di quest’anno. Come ti senti a riguardo? E questo ha influenzato il tuo allenamento?

DJ: Sì, penso che ci siano delle tappe nella vita. Penso che noi uomini, raggiunti i trent’anni, crediamo di avere fatto ogni tipo di cazzata. Raggiunti i quarant’anni, speri di costruirti una famiglia, hai raggiunto degli obiettivi, ti sei finalmente sistemato, ti senti bene, a tuo agio. Oltrepassando i quaranta, volevo assicurarmi che raggiunto “il mio quinto livello”, fossi sulla strada giusta e anche che, ormai, il mio allenamento fosse a buon punto. Voglio dire, il mio corpo era in ottime condizioni, non ero tipo da «Devo fare questo o quell’intervento chirurgico». Davvero, tra i trenta e i quarant’anni, quando stavo uscendo dal wrestling, ne avvertivo ancora tutti gli effetti e le ferite. Poi ho avuto un grave infortunio in cui mi sono strappato la parte superiore del quadricipite a partire dal bacino e, durante l’ultimo incontro di wrestling nel 2013, mi sono strappato l’adduttore, causando la rottura della parete addominale in tre punti. Ho dovuto sottopormi d’urgenza a un intervento chirurgico di ernia in tre punti. Con lo strappo nella parte superiore, il mio quadricipite non è mai stato riattaccato perché il dottore mi disse: «Per riattaccarlo, ti ci vorrà un anno; dal modo in cui è strappato, si sfrangia il tessuto e devi solo essere molto attento durante gli allenamenti». È quello che ho fatto. A quarant’anni mi sono ripromesso di trascorrere i successivi dieci ad allenarmi nel modo più attento possibile, bilanciando allenamento e famiglia e lavorando al meglio, diventando una spugna, imparando ogni giorno e applicando gli insegnamenti ciò che ho appreso, senza preoccuparmi del mio ego e dei pesi che sollevo. Al raggiungimento del mio quinto livello, le mie articolazioni stanno benissimo, sono ancora in grado non solo di mantenere, ma anche di aggiungere muscoli e alcuni sono davvero densi. È una risposta un po’ lunga per dirti che mi sento abbastanza bene.

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