di Pier Lodigiani - 22 aprile 2020

La lezione del Covid-19

Quello che stiamo imparando e che, probabilmente, ci cambierà (in meglio).

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Il coronavirus ci ha messo di fronte a qualcosa mai visto prima, ci ha dato una nuova consapevolezza dei pericoli e della nostra vulnerabilità. Eppure possiamo scegliere di vivere questo momento difficile attivando una modalità che ce lo renda accettabile. E forse anche imparare qualcosa.

Il senso del pericolo viene percepito dall’essere umano con modalità differenti. Alcuni hanno un’accettazione passiva, provano un senso di impotenza, di attesa. Altri lo aggrediscono di petto accettando di mettersi ancora più a rischio e, probabilmente, sottovalutando l’ipotesi della sconfitta. Altri ancora evitano il problema: fino a quando non li riguarda personalmente, non esiste. Per il Coronavirus però è diverso. Non è una classica guerra. Il nemico è invisibile. Tutti ci chiediamo quando finirà e quando la scienza ci darà una risposta. Quello che sappiamo è che il confine tra i territori dell’io, del tu e del noi, resi invalicabili dalle misure di sicurezza imposte, dal punto di vista emotivo si sono spostati su un piano diverso, probabilmente compensativo, ma non necessariamente solo negativo. Come possiamo fare in modo che questo periodo di “confino” diventi un’esperienza utile e trasformativa per noi? Ecco alcune proposte di rinascita.

Concentriamoci su quello che abbiamo ora. Ascoltiamoci nel profondo. E, per ogni sensazione, decodifichiamo il messaggio che vuole trasmetterci. Abbiamo un moto di tristezza? Accogliamolo e sentiamone il valore. Una voce dentro di noi ci sta dicendo che quel sentimento ci serve o ci servirà. Cerchiamo di accoglierlo, di capirlo e di usarlo a fin di bene.

La distanza sociale, i ritmi più lenti, i weekend a casa e così via possono farci sentire una sensazione di vuoto. Quel vuoto però è anche uno “spazio nostro”. Osserviamo come si comportano i bambini. Per loro dalla noia nascono le intuizioni, la creatività, l’energia dell’immaginazione. Facciamo come loro: godiamoci i piaceri del cucinare o del cantare davanti a uno specchio o della meditazione. Lasciamo volare la nostra mente.

La casa non è solo una “panic room”. È uno spazio protetto e in cui ci sentiamo “accuditi”. Li dentro ci sono gli oggetti che ci riportano a noi stessi, quel libro che rileggeremmo un milione di volte, gli affetti che ci hanno nutrito, quelle abitudini autoindulgenti che, adesso, possiamo autorizzarci. Allora la “distanza sociale” non è solitudine. Anzi.

Non dobbiamo “lasciarci vivere”. Evitiamo di passare le giornate lavorando in pigiama, di trascurare il nostro aspetto fisico e di smettere di “volerci bene”. Il nostro quotidiano è cambiato, ma non è “annullato”. È il momento di alzarci la mattina e di scegliere con calma il look per la giornata, di sperimentare nuove abitudini. Senza per forza vivere tutto ciò come un “piano B”.

I “rituali” delle canzoni e degli applausi sui balconi ci restituiscono una nuova dimensione del “noi”. Prima salutavamo, per educazione, la nonnina anziana del piano di sopra? Ora ci preoccupiamo di sapere come sta e, magari, ci offriamo di farle la spesa. Anche il contatto sociale mediato dalle tecnologie ci ha fatto riscoprire nuove relazioni. Forse quando torneremo ad incontrarci i nostri rapporti avranno un’energia nuova.

Devi stabilire i confini. C’è lo spazio del “noi”, di condivisione, che però non deve invadere, o addirittura, escludere lo spazio dell’”io”. Il fatto di restare chiusi in casa ci toglie quegli ambiti di autoespressione che normalmente ognuno di noi trovava al lavoro, nell’aperitivo con gli amici, in palestra ecc. Salvati, pertanto, uno spazio individuale in cui coltivare il tuo “io”.

Ti ricordi come funzionava l’informazione prima dell’era dei social? Seguiva la routine alimentare. Di prima mattina c’erano i giornali, poi c’era un aggiornamento dei notiziari a metà giornata e, infine, i telegiornali serali. Stabiliamo anche adesso un’analoga routine che preveda alcuni spazi di “disconnessione” in cui avere la possibilità di metabolizzare e processare quanto appreso.

Come va la coppia? Come gestire il desiderio sessuale quando si sta vicini 24/7? Come sopportare e farsi sopportare dai nostri figli che prima ci vedevano solo la mattina e la sera? La prima cosa è affrontare il problema, parlarne ed essere consapevoli. Una richiesta di empatica comprensione non farà fatica a essere accolta. E magari essere motore di nuove dinamiche affettive compensatorie delle frustrazioni. Tenendo sempre ben presente che stiamo vivendo una situazione eccezionale ma non definitiva.

Non siamo agli arresti domiciliari. Stiamo in casa per proteggerci. E rimane comunque il nostro spazio, l’estensione della nostra personalità. Così come è importante per noi “non rinunciare a vivere”, altrettanto importante è mantenere “vivo” l’ambiente in cui stiamo. Quindi rispetta, anzi rendi creativa, la routine delle pulizie, del cucinare ecc. Modifica, magari, la disposizione degli oggetti per ricavare nuovi angoli per la meditazione o per il lavoro “smart” e così via.

Questo tempo ci sta togliendo molto, ma ci sta anche dando una lezione importante. Fissarla sul nostro “sussidiario” ci aiuterà a farne tesoro quando tutto ciò sarà finito. Impariamo dai nostri nonni, quelli che sono andati al fronte. E dal fronte hanno scritto lettere alle famiglie, alle fidanzate, romanzi e racconti. Noi non siamo al fronte. Ma scrivere ci permette di dare una forma al pensiero, di focalizzarlo meglio e di renderlo concreto. Non solo, ci mette in dialogo con noi stessi. E infine, quello che oggi è fissato nelle parole, di fatto potremo usarlo a fin di bene un domani.

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