22 July 2022

Nicolò Martinenghi, uno stile da record

Giovane e talentuoso, Nicolò Martinenghi è il primo nuotatore italiano a infrangere la barriera dei 59” nei 100 metri rana, la sua specialità in vasca. Lo abbiamo incontrato per scoprire che, pur passando la maggior parte del suo tempo in acqua, ha i piedi ben saldi a terra e guarda lontano

DI FEDERICA FURINO

FOTOGRAFIE: GUIDO DE BORTOLI

L'INTERVISTA DI MEN'S HEALTH A NICOLO' MARTINENGHI

Com’eri da piccolo?

«Iperattivo. Sempre pieno di bolli e cicatrici. Pensavo poco e agivo tanto. Neanche la Playstation mi teneva in casa».

I genitori?

«Papà è orafo. La famiglia di mamma ha una pasticceria storica a Varese e, oltre a questo, un negozio di articoli per bambini».

Anche tu sei rimasto a Varese. Perché?

«Quando capisci che quello che hai ti basta per fare le cose in tranquillità, svolti. Ma sono 12 anni che mi alleno nello stesso posto e ogni tanto la tentazione di testarmi altrove, c’è».

Come si vince una medaglia all’esordio olimpico?

«Restando concentrati. Se avessi ceduto alla tentazione di godermi il villaggio olimpico non ci sarei riuscito. Le emozioni sono tante e perdere il focus è facilissimo. Ho festeggiato a casa. Gli amici mi aspettavano all’aeroporto con i tamburi e i fuochi d’artificio».

Sei tornato con due bronzi: nell’individuale e nella staffetta. Quale pesa di più?

«Il podio individuale era l’obiettivo con cui ero partito. Ma anche quello nella staffetta pesa: eravamo la squadra più giovane delle Olimpiadi e nemmeno la qualificazione era scontata».

In genere la stagione post olimpica è di decompressione. Tu invece ha spinto. Dopo Tokyo sono arrivati risultati importanti: un oro agli Europei in vasca corta di Kazan e un argento nei 100 ai Mondiali in vasca corta di Abu Dhabi.

«Non mi sono mai lasciato andare. Buttare via una stagione a 23 anni mi sembrava insensato. La fatica del recupero ancora non la sento e Parigi è vicina».

Come ti alleni?

«Quando gareggiavo sui 200 rana, facevo 7 o 8 chilometri a seduta, più la palestra. Poi ho accorciato le distanze e mi sono specializzato sui cento. Oggi il mio è un allenamento più di qualità che quantità: 4 chilometri e mezzo al massimo. Ho limato anche qualche doppia seduta per arrivare ad allenarmi sempre al 100% e con la giusta concentrazione. Entrare in acqua già stanco per me è controproducente».

Avanti e indietro in vasca infinite volte: visto da fuori è alienante.

«Il nuoto o lo ami o lo odi e noi atleti, qualche volta, siamo quelli che lo odiano di più».

Che cosa odi del nuoto?

«Il tempo che il nuoto ti porta via. E poi entrare in acqua. Non ti abitui mai a quell’attimo di freddo sulla pelle. Magari alle sette, quando vorresti essere ancora nel letto a dormire. Ma quando un giorno smetterò, so che sarà la cosa che mi mancherà di più».

In vasca all’alba?

«Quando andavo a scuola, alle 5 del mattino ero in acqua. Poi però in classe ero già morto alla prima ora».

Come andavi a scuola?

«Bene. Facevo il minimo indispensabile e senza troppi sforzi portavo a casa il sei. Ma non ho mai messo la scuola in secondo piano rispetto allo sport».

Hai continuato gli studi?

«Ho fatto un anno di Economia, poi ho lasciato. Ho pensato che per studiare c’è tempo, una carriera nello sport invece dura poco».

L’inizio della tua è segnato da un brutto infortunio: la frattura del pube.

«A 17 anni avevo fatto il terzo o quarto tempo mondiale e su di me c’erano grandi aspettative. Quando mi sono fatto male, l’anno dopo, sono spariti quasi tutti. Io non ero abbastanza maturo da schermarmi e ho sofferto. Però lì è cominciata la mia carriera, quella vera. Fino a quel momento, era stata un’onda che andava da sola. Soffrendo ho capito quello che volevo e ho iniziato a fare le cose sul serio».

Come si riparte dopo momenti così?

«Con fatica. Mi sentivo da 10 ma in gara davo 8. Ne sono uscito grazie a un mental coach che mi ha aiutato a togliere i limiti che avevo nella testa. Ho lavorato sulle emozioni e su come incanalarle. Non era la prima volta che facevo lavori del genere. A 12 anni avevo una preparatrice atletica specializzata in discipline orientali. Mi ha insegnato a prendere gli infiniti pensieri che mi attraversavano la testa e farli diventare un’idea sola. Sintonizzando mente e corpo come un monaco zen».

La vita di un’atleta professionista è “usurante”. I break down non si contano e oggi finalmente se ne parla.

«Quando scegli di fare l’atleta, sai che se avrai successo finirai sottoposto a pressioni non indifferenti. Anche perché la vita di uno sportivo è fine a se stessa: a 30 anni sei già vecchio. Quando smetti esci da una bolla, da un momento magico in cui vieni pagato per fare quello che ti diverte di più, e non tutti lo accettano».

Pensi mai al dopo?

«Costantemente. Il presente mi serve per costruire il domani perché non voglio un piano B, voglio un piano A+. Entrare nella vita reale fa paura e infatti tanti restano nello sport per questo. Avere la famiglia e la maggior parte degli amici fuori dal nuoto mi ha aiutato a mantenere un piede sulla terra ferma».

La fidanzata?

«Fuori dal nuoto. Stare con qualcuno del tuo mondo è un’arma a doppio taglio: capisce la vita che fai, ma se finisce è un casino».

Che rapporto hai con il tuo corpo?

«Buono. Da atleta impari a conoscere ogni singola parte di te. In acqua ti accorgi anche se un mignolo ha qualcosa che non va. Dell’estetica non mi è mai importato troppo: a 17 anni, quando mi sono infortunato, pesavo 85 chili. Dopo qualche mese, ne pesavo 102 ed esteticamente mi andavo bene comunque. Però ho capito che anche l’alimentazione andava curata. Ora infatti ho un nutrizionista: siamo delle macchine e la nostra benzina è il cibo».

Che cosa mangi?

«Un po’ di tutto, con una predilezione per i carboidrati. Per l’ultimo pasto sceglierei la pasta all’amatriciana. Sono cresciuto nella pasticceria di mia madre ma amo il salato, sono un uomo da piadina a mezzanotte».

Hai appena sfilato in passerella per la nuova collezione Arena. La moda ti interessa?

«Molto. Però, più che ostentarla, me la godo. Mi piace vestirmi con abiti diversi da quelli sportivi. Uscire in tuta è una comodità che subisco».

I buchi alle orecchie te li ha fatti papà?

«Sì. Non sono uno da tatuaggio, non mi piacciono le cose definitive. E infatti per le Olimpiadi mi sono fatto fare da papà una collana con i cinque cerchi. La metto e la tolgo, a seconda dell’umore del momento».

Due anni fa hai lasciato il gruppo sportivo della Polizia. Perché?

«Per uscire dalla mia comfort zone. Farne parte è stato bello e divertentissimo ma, alla fine, era diventato un imbuto. Costruire il futuro con l’urgenza di chi sa di non avere in mano niente mi sembrava il modo migliore per trovare la mia strada».

Sei uno dei pochi nazionali italiani a far parte della International Swimming League.

«Il nuoto è uno sport con pochi eventi. Questo è un format che mira ad attirare l’attenzione dei media fuori dal circuito classico, in una logica di spettacolo e di professionismo. Credo che possa far bene al nostro movimento. E non solo: lo sport italiano, tutto, ha bisogno di alzare il tiro».

L'IDENTIKIT DI NICOLO' MARTINENGHI

Chi è Nicolò Martinenghi

Nato il: 1° agosto 1999 ad Azzate (VA)

Altezza: 187 cm

Peso: 94 kg

Professione: nuotatore specializzato nello stile rana

Squadra: Aqua Centurions, Circolo Canottieri Aniene

Record: 100 m rana in 58”28 (2021, vasca lunga). Dopo 21 anni riporta l’Italia sul podio olimpico della rana con due bronzi a Tokyo 2020 (staffetta mista 4x100 e 50 metri).

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