a cura della Redazione
- 26 December 2020

La trappola dell’ansia

Mentre sempre più pazienti cercano cure per l’ansia, i medici prescrivono sempre più farmaci. Che cosa succede, però, quando si decide di provare a 'smettere'?

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Michael T. ha sempre saputo di essere un ragazzo introverso con una certa predisposizione all’ansia. Nel 2012, però, appena compiuti i diciannove anni, quello che era sempre stato un fenomeno gestibile si è trasformato in un problema: si era da poco iscritto all’università quando attacchi di panico sempre più frequenti, con fenomeni di oscuramento della vista e tachicardia, hanno iniziato a rendergli la vita impossibile. Durante i giorni peggiori, anche le azioni più semplici, tra cui alzarsi, camminare, e ovviamente andare a lezione, diventavano impossibili. Nel giro di un anno, Michael ha abbandonato l’università.

Al medico ha descritto così i suoi sintomi: “Divento incredibilmente nervoso, non riesco a rimanere calmo quando sono in pubblico e perdo completamente la lucidità se devo fare qualcosa – per quanto semplice – di fronte ad altre persone”.

La visita è durata circa cinque minuti: Michael è uscito dallo studio del suo medico con una ricetta per l’Alprazolam, meglio noto con il nome commerciale di Xanax. Con una dose di mezzo milligrammo al giorno, Michael ha cominciato a sentirsi meglio, persino più in gamba di quanto non fosse mai stato: ha fatto una marea di nuovi amici e ha persino provato il paracadutismo. “Quella medicina mi faceva sentire Dio”, racconta.

No. L’ansia non è soltanto un male. Fa parte della nostra natura ed è indispensabile per spingerti ad affrontare i problemi e a prenderti cura delle questioni più difficili. Talvolta migliora la tua produttività. Ti permette di impegnarti a scuola e nella vita. Il problema sorge quando l’ansia diventa incontrollabile, quando gli attacchi di panico ti rendono impossibile qualunque attività.

Per gli esperti di salute mentale ormai l’ansia è un termine ombrello sotto al quale vengono radunati tutti i fenomeni di un certo tipo, dall’ansia sociale al PTSD, come una vera e propria patologia mentale che ha molti aspetti in comune con la depressione. “Oggigiorno si è molto più inclini a cercare una diagnosi medica per le proprie sofferenze psicologiche”, spiega Anna Lembke, psichiatra e ricercatrice a Stanford in America, “e il trend dei pazienti afflitti da disturbi di ansia è in netta crescita.” Questo aumento potrebbe essere causato dall’isolamento, dallo stress e, non ultimo, dalla pressione causata dai social media, dalla cultura e dal successo. D’altra parte la maggior apertura culturale verso le patologie mentali permette oggi di curare numerosissimi casi che, fino a qualche anno fa, sarebbero rimasti sepolti nel privato.

La maggior parte di noi, quando deve fare i conti con l’ansia, pretende soluzioni rapide. In internet puoi trovare centinaia di start-up disposte a consegnarti farmaci betabloccanti direttamente a casa. I professionisti, invece, preferiscono affidarsi a inibitori di serotonina (SSRI) come prima forma di rimedio, ma le contromisure più diffuse continuano ad essere, proprio come negli anni ‘60, le benzodiazepine, come lo Xanax, il Valium o l’Ativan.

Mentre giovani e meno giovani cercano rimedi per l’ansia, il numero di benzodiazepine prescritte annualmente cresce esponenzialmente di anno in anno. Il motivo è semplice: funzionano. Nel breve periodo, la riduzione dei disturbi legati all’ansia è semplicemente innegabile. “Le benzodiazepine, però, non sono una panacea per tutto” Avverte Timothy J. Wiegand, un medico tossicologo presso l’Università di Rochester, e il primo loro grosso problema è che causano dipendenza. Gli episodi di overdose, soprattutto quando la loro assunzione viene accompagnata dal consumo di oppiacei o alcol, e altre complicazioni, più frequenti affetti da patologie respiratorie, sono in costante aumento.

Un ricorso cronico a queste sostanze, inoltre, può arrivare ad avere effetti drastici sul sistema nervoso, dalla perdita di lucidità e coordinazione, fino, nei casi più gravi, a una comparsa prematura della demenza. E proprio perché è così difficile smettere di farne uso, molto spesso le benzodiazepine, che dovrebbero essere un rimedio a breve termine per i problemi di ansia, possono trasformarsi in un gigantesco dramma cronico.

Una grossa fetta dei medici sa tutto sulla prescrizione dei medicinali, ma non altrettanto sul come gestire i pazienti che, a un certo punto, vorrebbero smettere di farne uso. Secondo Christy Hoffman, cardiologa e direttrice della Benzodiazepine Information Coalition, i medici sono spesso all’oscuro degli effetti a lungo termine di moltissimi farmaci da loro prescritti. A lei stessa, per esempio, erano state prescritte le benzodiazepine per trattare l’insonnia, ma il processo di disassuefazione è stato uno dei calvari più drammatici della sua vita, tempestato di attacchi di panico, una sensazione di affaticamento debilitante e diversi episodi di acatisia (l’impossibilità di rimanere fermi).

Anche adesso, a un anno dalla completa disintossicazione, deve comunque fare i conti con danni neurologici a lungo termine. La comparsa di gruppi di sostegno autonomi per pazienti, quindi, risponde a un grande problema, perché, come dichiara lei stessa, i pazienti hanno bisogno di molte più informazioni di quelle che possono fornire i loro dottori.

“Ultimamente, ci stiamo rendendo conto che la medicina tradizionale occidentale non è sempre il luogo dove trovare tutte le risposte per i nostri problemi”, commenta Lembke. Ad oggi, diverse start-up mediche cercano di offrire risposte alternative ai pazienti che vogliono placare i disturbi legati all’ansia. Una di queste, come quella offerta online da Kick e da Hims, prevede la prescrizione di un’altra sostanza, il propanololo, per il trattamento di disturbi come l’ansia da prestazione e la fobia sociale. Gli effetti del propanololo, che è un betabloccante, vanno dal rallentamento del battito cardiaco all’abbassamento della pressione sanguigna, e la sua prescrizione per i casi sopra citati è considerata legale. Tuttavia, i betabloccanti, nonostante la loro crescente diffusione, rimangono una soluzione “alternativa” poiché, originariamente, questi medicinali vengono sviluppati per la cura di problemi cardiaci.

Quando assunte per meno di due settimane, le benzodiazepine rimangono una delle soluzioni più dirette e frequenti per i disturbi legati ad attacchi di panico, ansia sociale e altre forme di ansia, soprattutto se il supporto psicoterapeutico si dimostra inefficace. Diversi clinici prescrivono però farmaci SSRI, come il Prozac e lo Zoloft, anche se per queste sostanze i cicli di assunzione potrebbero durare tra le due e le quattro settimane prima di dare effetti sensibili.

Stephan Hoffman, professore di psicologia all’Università di Boston, raccomanda di essere sempre aperti a trattamenti non farmacologici dei primi disturbi legati all’ansia. Un’opzione, per esempio, potrebbe essere la psicoterapia cognitivo-comportamentale, che può vantare una buona percentuale di successi tra i suoi pazienti. Eppure, anche tra le terapie non farmacologiche ci si deve muovere con attenzione.

Lo yoga e l’ipnosi sembrano promettenti, ma mancano adeguate ricerche scientifiche a sostegno dei loro risultati, e lo stesso vale per le diverse soluzioni più moderne come le app di supporto all’igiene mentale che possiamo scaricare direttamente sul nostro telefono. La dottoressa Lembke raccomanda la “terapia di desensibilizzazione”, che espone gradualmente il paziente alla causa scatenante dei suoi disturbi di ansia. “Si tratta di un processo lungo e impegnativo, ma che può costruire una resistenza mentale forte, che poi è in grado di accompagnarti per tutta la vita”.

Michael non assume più benzodiazepine da marzo 2019. Una volta al mese, affronta una seduta da uno psicologo cognitivo comportamentale in cui si focalizza sulle tecniche per il controllo dell’ansia. Una di queste, per esempio, è il “4-7-8 method”, una tecnica di controllo del respiro che consiste nell’inspirare per quattro secondi, trattenere l’aria per sette, ed espirare infine per altri otto secondi, che sembra aiutarlo a prevenire gli attacchi di panico nelle situazioni più frequenti. Quotidianamente, poi, Michael si ritaglia dei momenti per la meditazione, la così detta Mindfulness.

Certo, niente di tutto questo basta a ridurre l’ansia: lui si sente ancora un individuo più fragile del “normale” e con ancora alcuni sintomi della sua disintossicazione da benzodiazepine, ma sta cominciando a mettere in pratica rimedi comportamentali forse più dispendiosi a livello di tempo ma meno invasivi e destabilizzanti delle benzodiazepine. “La mia vita è decisamente diversa adesso”, racconta Michael. “Più difficile, non c’è dubbio, ma anche più soddisfacente. Se potessi cominciare il mio trattamento da capo, non ricorrerei più a un medico di base, ma mi rivolgerei prima di tutto a uno psicologo, uno psichiatra, o a qualcuno che abbia una preparazione più specifica in questo tipo di campo”.

“Ogni volta che ti viene prescritto un farmaco per il trattamento dei disturbi d’ansia, fai tutte le domande possibili”, raccomanda lo psichiatra Gregory Scott Brown. Chiedi, per esempio, quanto a lungo dovrai farne uso, quali sono gli effetti previsti e quelli collaterali e se il farmaco può causare dipendenza. Usa questo grafico per non perdere l’orientamento nella tua battaglia contro l’ansia.

ANSIA EPISODICA

SINTOMI: voce tremante, battito cardiaco accelerato.

RIMEDI: Assumi un betabloccante appena prima di parlare in pubblico o di qualsiasi altra situazione che ti genera ansia.

ANSIA LIEVE

SINTOMI: Pensieri difficili da controllare, palpitazioni cardiache, eccessiva preoccupazione, tensione.

RIMEDI: Cerca di stabilire con l’aiuto di un medico se non ci sono cause pregresse a questi disagi, come per esempio l’ipertiroidismo. Valuta prima le soluzioni non farmacologiche: yoga, meditazione, terapie cognitivocomportamentali.

ANSIA MODERATA

SINTOMI: Difficoltà nel lavoro e nelle routine quotidiane. Predisposizione al litigio e crescente rifiuto delle interazioni sociali.

RIMEDI: Usa le tecniche di controllo del respiro, la meditazione mindfulness o rivolgiti a uno psichiatra e discuti con lui una possibile adozione di farmaci SSRI o come Prozac, Calexa e Zoloft e SNRI, come il Cymbalta.

ANSIA GRAVE

SINTOMI: Impossibilità a lavorare e a uscire di casa, pensieri suicidi e abuso di sostanze alteranti.

RIMEDI: Informati sulla possibilità di affiancare le benzodiazepine con i trattamenti SSRI o SNRI, ma soprattutto contatta un medico e magari prendi in considerazione l’idea di affrontare un periodo di osservazione presso una clinica specializzata.

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