di Corrado Montrasi - 18 aprile 2019

La metamorfosi dei Doctors

Gli anfibi Dr.Martens, oggetto di culto giovanile e trasgressivo degli anni ’60, hanno subito varie trasformazioni stilistiche e di destinazione d’uso. Ora completano la loro metamorfosi con lo sbarco in borsa (forse).

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Sebbene i Doctors, cioè la marca di calzature inglesi Dr. Martens, abbiano una storia di quasi 80 anni alle spalle, in realtà questa anzianità proprio non si vede, frutto di una strana alchimia che li ha visti passare indenni e assolutamente vincitori tra tutte le mode e destinazioni di un'utenza variegatissima nell’arco di quasi un secolo.

Nascono da un brevetto ceduto dai calzolai tedeschi Maertens e Funck al marchio inglese R. Griggs Group Ltd, che decide di anglicizzare il nome in Dr. Martens. In breve diventano le scarpe per i minatori e per l'esercito britannico, più tardi per postini e operai, poliziotti inglesi per poi finire appannaggio della “sinistra” inglese.
Negli anni ’60 vengono indossati dai mod (gruppo giovanile dell’epoca); negli anni ’70 diventano l’oggetto simbolo di uno dei gruppi tra i più ribelli di sempre, quello degli Skinhead; qualche anno più tardi si trasferiscono addirittura ai piedi dei gruppi punk.
La transizione verso il nuovo secolo è problematica (salvo un ritorno con i gruppi grunge negli anni ’90) e l’inizio del duemila non porta bene ai Doctors, che entrano in crisi e nel 2013, dopo 53 anni di produzione ininterrotta, il marchio viene ceduto dalla R. Griggs & Co. alla società di investimento britannica Permira (uno dei colossi mondiali del Private Equity finanziario), per circa 300 milioni di sterline.
Nel frattempo l’uso dei Doctors si è decisamente “ingentilito” e ora vengono indossati da tutti, con una particolare predilezione per la moda d’elitè. Dunque da icone della ribellione e del proletariato a simbolo del consumismo più snob e con proprietà di un’istituzione della Finanza che conta.
Di questi giorni è anche la notizia del probabile collocamento in borsa cioè, tecnicamente, un ritorno al “popolo”.
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